8 settembre 2017

Perché non scrivo quasi mai

Marianna Martino è bravissima. Si è inventata una casa editrice tutta sua che si chiama Zandegù con un blog bellissimo che vi consiglio di leggere dal primo all’ultimo post.

Proprio sul blog l’altro giorno ha scritto un post intitolato “Tacere” in cui si chiedeva quando è opportuno parlare di sé e quanto in profondità, quanto essere colloquiali, quando spingersi nel privato, e soprattutto se a qualcuno gliene frega qualcosa oppure no. L’ho letto tutto e, come mi capita solo con le cose scritte con il cuore, mi ha scatenato uno sturm und drang interiore sulla questione. Ho articolato qualche pensiero nei commenti scaturiti dalla condivisione del post su Facebook ma ce n’erano altri che ribollivano in testa. E ho deciso di scriverli qua.

Qui dico la mia non solo sul parlare della propria vita privata ma anche dei miei ritmi di pubblicazione che sono notoriamente rari e random.

Cosa ho risposto a Marianna

Ho scritto: “Io seguo un principio: non produrre monnezza, non indugiare nell’autoreferenziale, parlare solo di quello che conosco davvero, condividere cose utili che (penso) possano migliorare magari di un’anticchia le persone che mi circondano.”

In realtà le cose sono un po’ più complicate di così.

Been there, done that

C’è innanzitutto una questione che riguarda secondo me chi lavora nel mondo della comunicazione come il sottoscritto: il rischio di correre a dire la propria per omologazione, per salire sul carro del trending topic, per brillare almeno un po’ e poco importa se di luce riflessa. Faccio un esempio. Dai bassifondi del web le mammine pancine si scagliano contro la pubblicità del Buondì Motta quella del meteorite, la cosa diventa virale, partono gli articoli su Repubblica.it e a ruota la parata di presunti digital experts ognuno con il suo bel post: quello a favore, quello contro, quello a favore con riserva, quello contro con riserva, quello chissene, quello era-tutto-previsto, quello che smentisce tutto, quello che conferma tutto, quello con punto di vista opposto al mainstream perché fa tanto originale, quello gomblotto, e per ciliegina della torta un post compilativo come le tesi che non voleva mai fare nessuno con il meglio del web.

È un copione che si ripete sempre. Nel mucchio di spazzatura prodotto dalla sua religiosa esecuzione collettiva capita anche di scorgere cose interessanti di quando in quando ma sono poche, pochissime: la maggior parte è fatta di post che rimasticano cose già dette altrove o che spacciano per super interessanti e degni di nota pareri ultra individuali e, francamente, ultra privi di qualsiasi fondamento e utilità.

Certo, potrei comunque dire la mia se penso che davvero aggiunga qualcosa di nuovo, no?

Come scrive bene Manzoni, nessuno

Il fatto è che internet è pieno di cose scritte benissimo e non mi va di parafrasare una cosa già scritta bene da altri. Se un articolo dice esattamente quello che penso e lo dice pure meglio di come potrei fare io, perché sobbarcarmene la parafrasi? Mica devo dimostrare alla maestra di aver letto e capito la poesia, e che cavolo. Lo condivido (o lo butto nel Frullone) e non ci penso più.

Forse sotto sotto sono solo un lurker, o un free-rider, o un pigro postmoderno, o forse odio i remake. Però per me è così: se è stato già scritto, perché riscriverlo?

Ma io voglio sapere tu cosa ne pensi

Certo, potrei commentare, dire la mia. Ma non lo faccio.

Primo, trovo che i miei pensieri siano in generale abbastanza banali. Molto meglio molto spesso i pensieri di alcune persone che stimo, e che quindi condivido.

Secondo, credo pochissimo nel partire dalla propria esperienza individuale per estrapolare metodi vincenti e spacciarli agli altri come oro colato. Condividere la mia conoscenza credo sia utile (e lo faccio spesso e volentieri) ma condividere la mia esperienza individuale, il mio groviglio personalissimo di esperienze, casualità, alti e bassi, esultazioni diurne e dubbi notturni, siamo sicuri che possa servirti a qualcosa? Certo, serve per capire che non sei solo, che i tuoi dubbi sono quelli di tanti altri come te, ma andare oltre è dannoso, forse persino pericoloso. Posso raccontarti la mia storia ma con l’avvertenza e la supplica che tu non la prenda come un pattern da ricalcare, o come una guida step-by-step.

Forse vuoi sapere cosa ne penso ma fidati: ti direi cose banali e probabilmente impossibili da applicare alla tua vita.

Offesa al comune senso del pudore

C’è un’altra questione ancora: la comunicazione online è attraversata da due spinte contrapposte: da una parte l’altruismo della condivisione, dall’altra il narcisismo del singolo applaudito dalla massa: dico la mia su un forum per mettere in comune quello che so con la community, ma poi quando ricevo i complimenti degli altri utenti per quello che ho scritto, che goduria per il mio ego! È così da sempre, probabilmente è così che funziona l’essere umano, non c’è niente di male.

È una colpa però cavalcare questo glitch del nostro fragile sistema operativo. I social media lo fanno, sono delle macchine progettate minuziosamente per stuzzicare la nostra voglia di metterci al centro e ricevere i complimenti di tutti, mettendo qualcosa in comune magari, ma sempre mettendoci al centro.

Ecco, a me questa cosa mi mette a disagio: me la sento addosso ogni volta che scrivo qualcosa, questo Gollum inside che si compiace dei like collezionati e che li cerca a prescindere. Devo tenerlo a bada, e forse è anche per quello che ci penso sempre così tanto prima di scrivere qualcosa. Non voglio che sia Gollum a dettarmi cosa scrivere.

Il terrore del tritatutto

Sarà anche che sono stato ricchione. Lo sono tuttora ovviamente, felicemente sposato con tanto di marito, sia ben chiaro. Ma c’è stato un momento in cui la mia identità (poveretta, legata a doppia mandata a quella parola) era una questione delicatissima, da osservare con attenzione, tenere ben sepolta e tirare fuori solo con certe persone, a certe condizioni, in certe circostanze.

Stiamo parlando degli anni più merdosi di tutti per tutti, quella della scuola media, per qualcosa di quegli anni mi è rimasto addosso. Io lo chiamo il terrore del tritatutto.

Ho sviluppato un rispetto sacrale per la sfera privata, mia e altrui: apprezzo moltissimo l’informalità sia ben chiaro ma rispetto molto i silenzi altrui, rispetto molto chi rispetta i miei, e diffido molto delle situazioni in cui in tanti sconosciuti ci si mette a nudo. Mi terrorizzano le dinamiche della folla, della massa sul singolo e pure del singolo sulla massa.

E questo già basta per farmi diffidare di chi posta un video su Youtube in cui piange a dirotto. Non riesco a vedere il video da solo, vedo le lacrime insieme ai commenti in allegato e mi prende una vertigine che mi mette a disagio. Mi sento trascinato controvoglia in una dinamica voyeristica, per giunta di massa, non mi piace, e scappo lontano. Magari sbaglio tutto, è tutto un fraintendimento (anzi dimmelo se è così) ma il risultato è che io questi contenuti non li voglio vedere e certamente non li pubblico.

In breve

In fondo la penso come Nicholas Nixon: “The world is infinitely more interesting than any of my opinions about it”.

 

Pubblicato il 8 settembre 2017

Categoria: Blog

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