24 marzo 2017

Fenomenologia dei buongiornissimi:
sul kitsch

Dopo attenta riflessione abbiamo stabilito che i buongiornissimi non sono di cattivo gusto (se non ti capaciti leggi qui), ora proviamo a capire se sono kitsch oppure no. Ma cosa si intende esattamente per kitsch? Vediamo cosa dice la Treccani (i grassetti sono miei):

Kitschkič› s. m. – 1. Nell’uso com., produzione di oggetti presuntamente artistici, ma in realtà caratterizzati da ornamentazione eccessiva e dozzinale, banali e di cattivo gusto. Più propriam. il termine […] indica ogni degradazione in senso manieristico dell’opera d’arte che, nella moderna civiltà di massa, assume aspetti rispondenti, quasi sempre grossolanamente, alle esigenze estetiche di destinatarî mediamente acculturati: riproduzione in serie del prodotto artistico (quadro, scultura, ecc.), che diviene così economicamente accessibile a gran numero di persone a scapito della sua autenticità e unicità […].

Il primo elemento in ballo quando si parla di kitsch è il concetto di riproduzione: un’opera kitsch è la riproduzione di un’altra opera.

Non si tratta però di una riproduzione qualsiasi (ed ecco arrivare il secondo punto) bensì di di riproduzione a senso unico, rigorosamente dall’alto verso il basso, dal pezzo unico all’usa e getta, dall’haute couture al prêt-à-porter, dal Metropolitan Museum al tinello di casa: un’opera kitsch è la riproduzione di un’opera ritenuta superiore sia dall’autore dell’opera kitsch sia dal suo entusiasta acquirente/fruitore.

Una riproduzione eccellente però, di quelle praticamente indistinguibili dall’originale, non è kitsch. C’è ancora il terzo elemento: la semplificazione: l’opera kitsch non è mai una riproduzione fedele dell’originale (quelle finiscono nelle case degli sprovveduti) ma una una sua versione ridotta, semplificata, degradata. A ben vedere quindi  un’opera kitsch è un adattamento: l’obiettivo non è copiare alla perfezione ma rendere l’opera di partenza alla portata di palati meno raffinati, alla portata di contesti meno elevati.

Magritte sull’ombrello è kitsch, la rocaille che riveste la riproduzione della Pietà di Michelangelo è kitsch, i libri condensati di Selezione dal Reader’s Digest sono kitsch, i colossi di Abu Simbel ridotti a bottiglietta per lo shampoo sono kitsch. E i buongiornissimi?

I buongiornissimi sono kitsch?

Secondo me, no. Ne ho visti un bel po’ ma in pochissimi ho riconosciuto i capolavori del Louvre o degli Uffizi: ho visto bambolotti delle tabaccherie, bric-a-brac di tutti i tipi, immagini stock con tanto di watermark, ma di Monna Lisa costrette a ingentilire i mercoledì, di Forme Uniche nella Continuità dello Spazio chiamate a ritrarre la frenesia del lunedì, di Ninfee di Monet piegate alla rievocazione nostalgica della vita di una volta, non ne ho mai visti.

Non vedo aspirazioni al capolavoro, non vedo riproduzioni, non vedo adattamenti. I buongiornissimi usano e riusano liberamente tutto quello che incontrano, questo sì, ma dei capolavori se ne fregano, hanno le loro priorità e i loro santissimi rituali (chi mai ha mai pensato che si potesse augurare un buon mercoledì a tutti?).

Quello che invece ci vedo una dose, pure bella grossa, di selvaggia, carnale, liberissima creatività.

Ecco, l’ho confessato.

Nel prossimo capitolo, il primo alfabeto del buongiornissimo.

Questo post è il secondo di una serie dedicata all’analisi seria di un fenomeno che molti prendono sottogamba e che invece secondo me merita più attenzione. Sto parlando dei buongiornissimi, quelle immagini che traboccano di cuoricini, rose imperlate di rugiada, glitter, caffettiere e cappuccini. È un’analisi lunga, dettagliata e soprattutto seria perché l’obiettivo non è divertirsi un po’ alle spalle di chi i buongiornissimi li usa in buona fede ma valutarne realisticamente le potenzialità come nuova forma di comunicazione. Per dire, posso tradurre la Divina Commedia in buongiornissimi o l’arte della grafica pixellata non potrà mai andare oltre gli inutili auguri di buon mercoledì?

Pubblicato il 24 marzo 2017

Categoria: Blog

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