3 marzo 2016

Reazioni, ovvero il bello dell’ambiguità

Ho usato le nuove Reazioni di Facebook, non mi convincono, e qui provo a spiegare perché.

0,16666667

Quanto fa 1 diviso 6? 0,16666667 che non è un gran bel numero. Quello che voglio dire è che le Reazioni di Facebook hanno letteralmente fatto a pezzi il mi piace, un gesto solido, compiuto, condiviso, talmente tanto conosciuto da essere entrato nel linguaggio comune, anche se non stai su Facebook. Bastava parlare di mi piace per evocare Facebook. Ora invece, dove prima c’era un’icona conosciuta, forte nella sua solitudine, ci sono sei esserini rumorosi che si dimenano per attirare la nostra attenzione: Mark, sei sicuro si tratti di una mossa vincente?

“È facile, c’è solo un bottone” ovvero dell’ambiguità buona

Il mi piace non si è mai prestato facilmente ai pensieri sfumati. Poteva significare un mare di cose e l’unico modo per capire quali era mettere insieme quello che sapevamo dell’autore del post, degli autori dei commenti e dei mi piace, del contesto generale, e scegliere tra le tante interpretazioni quella che ritenevamo più plausibile: visto, mi piace, ho visto ma non mi piace, ti sono vicino, congratulazioni, condoglianze, anche la conversazione finisce qui. Il mi piace era ambiguo ma era proprio l’ambiguità che gli dava una qualità che le Reazioni non hanno: l’immediatezza.

Il mi piace è un gesto comodo, proprio perché ambiguo. Ora no, accidenti: dove prima c’era un solo bottone con un’icona bella semplice, ora ci sono cinque faccine animate e tu devi scegliere su quale cliccare. L’immediatezza va a farsi benedire e l’utente è costretto a compiere una scelta complessa ogni santa volta che vorrebbe dare una risposta.

“Ce l’hai con me?” ovvero dell’ambiguità cattiva

L’obiettivo delle Reazioni era ridurre l’ambiguità. Obiettivo fallito. Il fatto è che le emozioni, quelle vere non quelle cicciose di Inside Out, sono ambigue per definizione: non sopporti qualcuno ma apprezzi quello che dice, una decisione presa ti ripugna ma non prenderla sarebbe stato peggio,  ami qualcuno alla follia ma proprio non sopporti certi suoi modi di fare. Le emozioni sono ambigue e quando provi a ridurre quelle mille sfaccettature a un’unica dimensione, i conti non tornano più.

Prendiamo la faccina arrabbiata, il Sig. Grr, e già ci troviamo di fronte a un enigma bello grosso che l’uso di Mr. Grr non aiuta a risolvere: a chi o a cosa è diretta tutta quella rabbia? all’autore del post (ne senso “sono arrabbiato con te per quello che hai detto o condiviso”), al contenuto (nel senso “che notizia schifosa”) oppure al post (nel senso “non avresti dovuto pubblicare questa schifezza”)? Mistero. Mr. Grr urla la sua rabbia ma non fa molto altro. E non è il massimo trovarsi di fronte ad un tipo arrabbiato e non sapere con chi ce l’ha e per quale motivo.

Insomma, a restare ambigui ci avremmo guadagnato.

 

Pubblicato il 3 marzo 2016

Categoria: Blog

Tag:

Iscriviti alla mia newsletter

Aggiornamenti sulle cose che faccio, e niente spam.