25 gennaio 2016

Davanti a un quadro come davanti alla TV

Sabato pomeriggio, io e la mia amica andiamo a vedere la mostra di Monet. Folla oceanica: godersi i quadri è impossibile. Decido allora di godermela fino in fondo, la folla non la mostra: invece dei quadri decido di fissare intensamente le persone che fissano i quadri (tanti i quadri non riesco a vederli) e mi appunto i loro giudizi. Mi sono divertito da matti e ho pure imparato qualcosa sulla comunicazione di questi tempi. Buona lettura.

“Bellissimo, questo l’aveva fatto una mia amica.” [attribuzioni]

“Ma questo è Monet? Questo non è Monet.” [attribuzioni II]

“Questa è la cartolina.” [attribuzioni III]

“È dipinto male questo.” [de gustibus ]

“Ti piace Monet? Mah.” [de gustibus II]

Questo quintetto affronta il tema dell’attribuzione autoriale e più in generale della coppia copia/originale. Certo, si va al museo per vedere quel grumo di pigmenti e pennellate collettivamente identificato come originale ma anche per l’impagabile possibilità di rivivere il momento in cui abbiamo incontrato quell’immagine per la prima volta, probabilmente alle medie in una di quelle sciagurate ore di educazione artistica in cui dovevi riprodurre la foto di un quadro a tua scelta (mai nessuno che scegliesse i puntinisti, chissà perché). Uno sforzo immane, diciamocelo. Ecco perché se sopravvivi all’esperienza, da quel momento in poi il Monet meglio riuscito non sarà mai quello di Monet ma solo è unicamente il nostro o quello della nostra compagna di classe.

“Numero 5, metti sul 5.” [come in TV]

“Questo è il 13.” [titoli di fatto]

I numeri ai quali si fa riferimento nei frammenti sopra riportati sono quelli dell’audioguida, potentissimo strumento in grado di attribuire ordine e ritmo là dove regna sovrano il caso del libero arbitrio: inizia dall’1, prosegui con il 2, non c’è due senza 3,  e via così fino all’epilogo. Come in un buon libro, o come in un serie TV. Il potere dell’audioguida è immenso al punto che persino i titoli ufficiali delle opere cedono miseramente il passo all’unico titolo utile, l’unico che conta: il numero della traccia audio che tutto spiega e contestualizza. Monet n° 5 insomma.

Scegliere un numero e accomodarsi passivi davanti al quadro è un gesto consueto, rassicurante, massimamente televisivo, diciamocelo, comodo e bellissimo. Insomma la mostra diventa una specie di serie TV al contrario, dove per passare da una scena all’altra devi muoverti da un quadro all’altro. Una bella idea che sarebbe interessante sfruttare meglio.

“Qui ci sono sei persone, due maschi e quattro femmine.” [analisi logica]

“Questo è il più bello perché non si capisce più nulla.” [entropia]

“Qui lei muore.” [spoiler]

“Rifiutavano i quadri di tutti e gli dicevano ‘che è pittura questa?'” [dramatization]

Quattro esempi di analisi dei contenuti: dall’analisi d’inventario (quante piante, quanti alberi, quante persone), a quella che analizza intreccio e trama (perché c’è una trama, vedi riflessioni precedenti) e infine grandi riflessioni, azzeccate per giunta, ché quando non si capisce più nulla dei quadri di Monet in effetti è allora che Monet raggiunge la vetta della sua opera.

Bon, usciamo, ci prendiamo un caffè. Ti è piaciuta la mostra? Insomma, mi è piaciuta di più la gente.

Pubblicato il 25 gennaio 2016

Categoria: Blog

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