14 ottobre 2013

L’utile pratica della deriva volontaria

Viviamo in tempi difficili, tempi di incertezza, di bianco oggi e domani nero. Di fronte al folle che diventa pane quotidiano può tornare utile dotarsi di un libercolo da tenere sul comodino, tra la sveglia e il souvenir, da sfogliare di tanto in tanto per influenzare i sogni e da lì l’umore della giornata. Io un libro così lo conosco: si tratta -tenetevi forte- di “Introduzione a una Critica della Geografia Urbana” di Guy Debord, uno dei maggiori intellettuali francesi del dopoguerra, uno di quelli che hanno militato/fondato/contestato numerosi -ismi, tra i pochi entrati loro malgrado nel linguaggio comune (quando si dice “società dello spettacolo” si cita un suo libro senza saperlo).

Tanto è lungo il titolo, tanto è piccolo il libro (43 pagine, formato millelire), e superate un paio di espressioni difficili che sembrano messe lì proprio per svegliarci dal torpore delle pappe pronte di instant-book e best seller, si arriva al succo, dolcissimo e psichedelico.

Viviamo, ci spiega Debord, in una specie di prigionia volontaria: casa, chiesa, lavoro, i più rivoluzionari si spingono fino al cinema. Viviamo in città enormi di cui conosciamo solo quei quattro punti in croce e quelle quattro vie che percorriamo per raggiungerli, istupiditi e incoscienti come i buoi che tirano l’aratro. Tutto perfetto se vivessimo nell’utopia Anni Cinquanta di Vita da Strega, ma in un mondo in caduta libera -la mia non è una critica ma l’osservazione di un dato di fatto-  dove si disegnano continuamente scenari e connessioni un tempo inaudite, la via del bue sembra il modo più veloce per estinguersi. “La ricerca frammentaria di un nuovo stile di vita resta il solo aspetto interessante”, dice Guy,  e la via d’uscita, aggiungiamo noi, è una sola: cambiare prospettiva, calarsi nella follia contemporanea con la stessa ostinazione delle signore oversize nel mare d’agosto, farsi andare un po’ di pazzia sotto la lingua e lasciare che faccia effetto.

Guy Debord ci spiega come. Il primo passo è la pratica costante della deriva, il metodo per liberarsi dalla tirannia dello scopo e farsi penetrare (se ci leggete un osceno doppio senso, leggete bene) dall’energia imprevedibile della città. La deriva si può praticare dovunque, anche nel quartiere in cui abitiamo, stando fermi persino, l’importante è evitare qualsiasi obiettivo, soprattutto quelli turistici che a ben vedere consistono nella riproposizione del meccanismo di sempre, solo con punti di riferimenti diversi. Non aggiungo altro (già il libro è piccolo, non mi chiederete di riassumerlo qui, vero?), vi basti sapere che contiene istruzioni precise su come condurre una deriva in piena regola e ben due resoconti di derive praticate direttamente dall’autore.

Stiamo parlando di un visionario degno della nostra più umile ammirazione, sappiatelo. Basta leggere l’elenco di provvedimenti che suggerisce di adottare per favorire una maggiore diffusione della pratica della deriva: all’epoca (lo scritto è del 1954) saranno apparsi il frutto di una mente stravagante ma ai nostri occhi hanno tutto il diritto di ritrovarsi in un incubatore di startup: munire i lampioni delle strade di interruttori affinché l’illuminazione sia gestita direttamente dai passanti, abolire i musei e ripartire i capolavori tra i bar di quartiere, trasformare le prigioni in resort a disposizione, testuali parole, ” degli imbecilli che hanno assolutamente bisogno di correre un rischio interessante” (chissà se nel quartier generale della Red Bull conoscono Debord). La verità è che ciò che sembra folle in un’epoca spesso è solo visionario perché disegna con precisione millimetrica se non nella forma certamente nella sostanza il futuro che ci attende.

“Introduzione a una critica della geografia urbana” è pubblicata da Nautilus, una casa editrice minuscola e testarda di quelle che ti viene voglia di adottare come un mio mini pony, di quelle che fanno libri piccoli, concentrati, gotta-catch-em-all, da leggere dovunque, sulla tramvia, in coda al self-service, anche sul water closet. I loro libri non si trovano dappertutto ma vale la pena perdersi per la città per trovare una libreria che ne abbia anche solo uno.

Quando il mondo sembra folle, mille volte meglio cavalcarla la follia che opporvi resistenza. Da qualche parte, ci porterà.

Pubblicato il 14 ottobre 2013

Categoria: Blog

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